Parole nell'incenso: ricordando Taigen Sōfu, maestro Zen


Parole nell'incenso: ricordando Taigen Sōfu, maestro Zen

In Giappone, il legame tra i vivi e i morti è quotidiano. Il rapporto con i defunti continua anche dopo il funerale attraverso pratiche domestiche e pubbliche.

Questo si riflette nell'uso degli altarini nelle case, e nelle abitudini tradizionali di interagire con gli spiriti nelle proprie case donandogli ogni giorno acqua, cibo e oggetti che il defunto apprezzava in vita.

Ma ci sono altri aspetti meno conosciuti che ci parlano di questa caratteristica della cultura giapponese: uno di questi sono le "ricorrenze del lutto" 回忌.

I buddhisti svolgono periodicamente dei rituali di ricongiungimento tra le famiglie e i cari scomparsi. Essi avvengono in periodi prestabiliti:

- Terza ricorrenza 三回忌: due anni dopo la morte

- Settima ricorrenza 七回忌: sei anni dopo la morte

- Tredicesima ricorrenza 十三回忌: dodici anni dopo la morte

- Diciassettesima ricorrenza 十七回忌: sedici anni dopo la morte

- Ventitreesima ricorrenza 二十三回忌: ventidue anni dopo la morte

- Ventisettesima ricorrenza 二十七回忌: ventisei anni dopo la morte

- Trentatreesima ricorrenza 三十三回忌: trentadue anni dopo la morte

    Raramente avvengono anche la cinquantesima e centesima ricorrenza, di solito per personaggi pubblici importanti: l'imperatore Go-daigo, per esempio, ricevette un rito funebre cento anni dopo la sua morte.

    Va tuttavia specificato che questa lunga consuetudine sta venendo meno nel Giappone contemporaneo, in particolare tra le famiglie a basso reddito: le commemorazioni, infatti, non sono svolte gratuitamente dai monaci.

    Un secondo punto da aggiungere è il numero della ricorrenza che comprende anche l'anno della morte. Per via di questo calcolo, la tredicesima ricorrenza si celebra dodici anni dopo il decesso, la diciassettesima dopo sedici anni, e così via. Negli anni tra una ricorrenza ufficiale e l'altra, la memoria del defunto continua in forma privata, con commemorazioni domestiche quando ricorre la data della morte.

    臨済宗円覚寺派大本山

    主な法要

    Lo stratega Zen

    In questo post analizziamo un documento che ci mostra questo rituale, ma prima qualche informazione biografica sul personaggio commemorato durante l'evento.

    Taigen Sōfu è stato un importante Maestro zen della Scuola Rinzai: un buddhista particolare che, in vita, si occupò tanto di dottrina quanto di politica. Fu abate al servizio del clan di samurai Imagawa e, secondo alcune teorie, vestì addirittura i panni del "gunshi" 軍師 (lo stratega militare), del grande signore feudale Imagawa Yoshimoto. Sappiamo per certo che Taigen Sōfu prese parte a varie campagne militari, ma attribuirgli la direzione esclusiva delle più importanti battaglie combattute dagli Imagawa è forse eccessivo.

    Limitiamoci a riconoscere che, nell'immaginario collettivo, questo eminente personaggio è ricordato per il dualismo che ha caratterizzato la sua esistenza di monaco e guerriero.

    Scomparve nel 1555 ricevendo titoli e onori sia dal mondo religioso che da quello laico. Il documento presentato nelle sezioni seguenti è uno "Scritto del Dharma" 法語 recitato nel 1567, durante la tredicesima ricorrenza della sua morte.

    Guidoor Media

    「黒衣宰相」太原雪斎

    Un preambolo cosmico

    La prima sezione mette al centro il legno d'incenso usato dal monaco officiante per compiere il rituale commemorativo. Emergono numerose espressioni auliche dal significato oscuro per chi non è esperto della materia, ma che restano apprezzabili grazie alla forte impronta filosofica e poetica.

    L'incenso appare non vincolato dalle leggi della natura terrena; esso affonda le sue radici direttamente nelle quattro virtù cardinali del Buddhismo: benevolenza, compassione, gioia ed equanimità. Addirittura, la sua origine viene collocata nel "caos non ancora diviso", lo stato primordiale dell'universo prima della differenziazione della realtà.

    Il brano prosegue utilizzando immagini forti come la "fornace", il "mantice", le "tenaglie" e il "martello". Questi strumenti "distruggono" simboli e preconcetti, arrivando persino a "bollire i Buddha", una tipica provocazione zen, che invita a non attaccarsi nemmeno alle figure più sacre. Non si accettano dogmi o idoli: ogni cosa deve essere infranta per arrivare alla nuda verità.

    Si prosegue specificando prima le definizioni errate dell'incenso ("non è legno, non è vuoto, non è fuoco, non è fumo"), per poi ricondurlo alla trasmissione diretta della verità da maestro a discepolo, che risale fino al leggendario fondatore dello Zen, Bodhidharma. Per i profani, l'incenso è materiale prezioso (guscio di conchiglia), e, coloro che lo toccano, possono infondere vita persino nei veleni letali.

    Il pezzo si chiude con il gesto solenne dell'offerta: il fumo profumato si innalza per onorare lo spirito di Taigen Sōfu, invocando la continuità della sua guida affinché la "Ruota del Dharma" — la "Legge di Buddha" — possa continuare a girare.


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    Le parole dei maestri

    Si entra nel vivo dell'azione rituale, svelando l'identità del monaco che guida la celebrazione: Genkō Keiin, abate di Zentoku-ji, un tempo situato nella moderna prefettura di Shizuoka, alle pendici del Monte Fuji.

    Genkō elenca gli oggetti con serietà (fiori, lampade, tè e frutti rari), poi, nel momento culminante, accende l'incenso definendolo con un'espressione che letteralmente significa "frammento di legna marcia". Si tratta di un modo umile di offrire l'oggetto al maestro defunto. In Giappone tipicamente si attribuisce poca importanza ai doni che si fanno, ma sorprende il contrasto con le descrizioni auliche presentate nella parte iniziale.

    Per celebrare la grandezza del maestro, l'officiante riporta gli interventi di alcune importanti personaggi (i Maestri della Sala Occidentale), che convergono tutti sulla figura del drago. Seguono citazioni di opere classiche e parallelismi colti che rievocano episodi classici del buddhismo: questi passaggi possono essere compresi pienamente solo con l'analisi di buddhologi esperti.


    臨済宗妙心寺派-法雲寺

    善徳寺

    Esortazione alle gerarchie

    Quando la parola ripassa all'officiante, lo Zen assume un volto inaspettato. Genkō Keiin passa in rassegna, una per una, le cariche e i ruoli della comunità monastica convocata per la commemorazione. Segue una descrizione del loro lavoro quotidiano. Abbiamo i Monaci Guida e i disciplinari incaricati di scuotere i praticanti dal loro torpore. Praticare la meditazione fa venire sonno, motivo per cui, durante le sedute, un monaco cammina tra i compagni seduti colpendo i sonnolenti per riportali alla concentrazione. 

    Proseguendo nell'elencazione, ci sono i custodi della macchina burocratica e logistica che gestiscono l'importante patrimonio economico del tempio, oltre agli archivisti e a coloro che accolgono gli ospiti. Al tempo stesso, sono elevati i compiti apparentemente più umili: la cura della cucina, l'igiene dei bagni regolata in base alle stagioni, e la fatica fisica dei servitori dediti alla pulizia e all'assistenza personale per le vesti e le medicine.

    Tutti coloro che adempiono a questi compiti sono esortati a portare avanti il proprio lavoro attraverso l'uso di metafore e facendo riferimento a monaci cinesi del passato: uomini che avevano avviato il proprio percorso monastico partendo proprio da quelle mansioni. Questo passaggio ci ricorda come la comunità monastica non fosse fatta solo di meditazione e spiritualità, ma anche di tanto sforzo "mondano".


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    Elogio del defunto

    Il documento si conclude con un classico atto di umiltà retorica. Genkō Keiin definisce le proprie parole "aspre e prolisse", temendo di essere scambiato per uno "zasu" (座主), titolo associato alle gerarchie dei complessi monastici tradizionali e, per estensione, a un sapere dottrinale molto erudito. L'osservazione è evidentemente ironica: il monaco teme che il suo discorso, carico di citazioni e allusioni, possa apparire più simile a una lezione accademica che a una comunicazione diretta nello stile zen.

    Lasciamo agli esperti la corretta interpretazione delle "tre sfere nella bottega di Ao la tartaruga di mare", o delle discussioni "nel sole di prugno verso il bosso": si tratta, inevitabilmente, di rese letterali di concetti che andrebbero districati in sede accademica.

    Ciò che possiamo evidenziare è che la figura del maestro defunto viene esaltata. Sono rievocati i momenti cruciali della sua esistenza: il conferimento del decreto imperiale e della veste porpora, simboli del massimo riconoscimento di Kyoto, e, al contempo, si celebra il suo legame profondo con la provincia di Fuji, dove fondò il monastero locale.

    Infine, nel momento culminante della celebrazione, la barriera tra la vita e la morte si dissolve definitivamente. Genkō Keiin dichiara che lo spirito di Taigen Sōfu si è appena risvegliato dal suo profondo stato di meditazione per accettare le offerte e partecipare al banchetto. L'officiante invita i membri dell'assemblea a "vedere e ascoltare" questa presenza invisibile ma tangibile. 

    Il rituale termina con una poesia Gāthā, mentre il fumo dell'incenso, pervade ogni cosa.


    浄土宗総本山ー知恩院

    晨朝法要

    Conclusioni

    Questo scritto ibrido, in parte documento e in parte elogio spirituale, accosta ai riferimenti dottrinali la realtà quotidiana di un monastero zen del XVI secolo: le sue gerarchie, i suoi rituali e il modo in cui i monaci costruivano la memoria del proprio passato.

    Allo stesso tempo, il testo porta il ricordo del singolo patriarca a diventare un'occasione di comunione per tutti. Attraverso l'incenso, le offerte, le citazioni e le immagini poetiche, la comunità monastica riafferma la propria continuità con il fondatore e con la tradizione che egli rappresentava.

    Un sermone recitato davanti a un braciere d'incenso si rivela così una preziosa finestra sulla cultura buddhista del periodo Sengoku: un mondo in cui passato e presente si incontrano, permettendo alle nuove generazioni di riconoscersi come eredi di una tradizione religiosa e sociale.


    La fonte originale del documento in giapponese proviene da:

    Sengoku ibun: Imagawa-shi hen [戦国遺文 今川氏編], vol. 3, a cura di M. Kubota e Y. Ōishi, Tōkyōdō Shuppan, 2012, pp. 197–199.


    La traduzione della fonte presentata in questo post è stata significativamente migliorata, e alcuni aspetti interpretativi sono stati corretti, grazie ai suggerimenti di un esperto buddhologo.